fitetlombardia.org intervista Alessandro Battani
Il lavoro delle società lombarde ha dato i suoi frutti ai campionati italiani giovanili, ma anche fuori dalla nostra regione abbiamo esempi di società che puntano sui giovani.
Terni è stata l'occasione per incontrare molti personaggi dell'ambiente pongistico nazionale e, dovendo dedicare un'intervista ad un non-lombardo, abbiamo scelto Alessandro Battani, presidente del TT Villa d'oro Modena (e della Polisportiva omonima) di cui ultimamente si è parlato molto per questioni di politica federale.

Una lunga conversazione sulla filosofia che ha portato la sua società ad avere uno dei vivai più importanti in Italia.
Tra un aneddoto e l'altro, un paragone, un esempio e qualche battuta, il tempo passa e non è facile accorgersene, si potrebbe ascoltare Battani che parla per delle ore, senza annoiarsi.
Non resta che riassumere i punti principali.
Iniziamo dai cinque elementi necessari a costruire uno dei vivai più prolifici anche dal punto di vista del livello tecnico:
«Bisogna avere cinque condizioni: un posto dove giocare, un dirigente, un tecnico, un giocatore, e un po' di soldi da spendere».
L'attenzione va puntata sul primo elemento, è indispensabile disporre di un luogo in cui potersi allenare, ma non una palestra in comune con altre squadre sportive o con le scuole, bensì una struttura data in gestione solo alla società, in cui sistemare dei tavoli fissi.
E illustra il percorso che li ha portati ad ottenere tutto ciò.
A grandi linee, si va dagli inizi nel 1979, quando condividevano la palestra con la pallavolo e quindi montavano e smontavano i tavoli, al 1986 anno in cui l'amministrazione comunale di Modena diede in gestione al TT Villa D'Oro il PalaPanini, fino agli anni '90 dove, con la ristrutturazione di uno spazio in cui prima c'erano quattro campi da bocce, hanno ora la possibilità di avere una palestra tutta per loro: la Sala Tennistavolo PalaPassini che può contenere fino a dieci tavoli.
Parla dei dirigenti e del salto di qualità che dovrebbero fare: «I dirigenti di ping-pong devono diventare dei dirigenti sportivi, che si confrontano con le amministrazioni locali in modo da ottenere un posto per giocare a qualsiasi ora, che possa ospitare almeno quattro, cinque tavoli fissi, e strutture idonee: non è possibile andare a giocare partite di A2 in palestre dove non ci si può fare la doccia o dove la temperatura è troppo bassa».
Questione allenatori: «Non abbiamo mai avuto allenatori stranieri! Puntiamo alla fidelizzazione: da trent'anni facciamo crescere i nostri tecnici in società, quelli che io chiamo "apprendisti stregoni", giocatori che diventano allenatori.

Abbiamo iniziato con Nannoni nel 1999 allorché perdemmo la finale scudetto contro Messina (nelle nostre fila giocavano due modenesi: Giovanni e Alessandro Bisi), giocava in prima sqaudra e non avevamo più risorse per fare la A1, gli fu chiesto di iniziare questo percorso: seguire i ragazzi e farli crescere, Marco Sinigaglia, Giulio Guerzoni, Ivan Malagoli, poi nel 2005 Nannoni è stato chiamato ad allenare la nazionale, adesso il progetto prosegue con Ivan e Giulio come allenatori».
Quanti tesserati conta la vostra società?
«Abbiamo circa cinquanta tesserati nel settore agonistico e una decina nei corsi di avviamento, quasi tutti di Modena, la maggior parte sono maschi (le donne nella nostra città giocano a pallavolo)».
Ma quanto ad importanza, non si fanno preferenze: «Da noi tutti indossano la stessa divisa, dai Veterani in D2 alla A2, perché per noi è importante tanto l' N.C. di quarant'anni, quanto Bisi, tutti hanno pari dignità».
Questa mentalità basata sull'uguaglianza da nasce dal fatto che il tennistavolo è uno sport "meno popolare", non "minore", come tiene a specificare «Perciò non si potrebbe pagare tutti, bisogna affidarsi anche a persone che magari vengono a giocare per un'ora, però poi ti danno una mano ad esempio in questioni organizzative, nel momento in cui ce n'è bisogno».
Tutti ricordano che lo scorso anno il TT Villa D'Oro ha ottenuto la promozione in A1 e ha rinunciato a disputare la massima serie per continuare a puntare sui propri giovani:

Siamo l'unica squadra che fa la A2 con giocatori tutti del proprio vivaio» esclama orgoglioso!
«Per noi il campionato finisce in A2, più in alto comincia il circo, che è un'altra cosa e non serve per lo sviluppo del tennistavolo.
In A1 si possono utilizzare due stranieri ed è una vera sciocchezza, anziché fare un campionato per gli italiani si cerca di incentivare gli stranieri a venire a giocare in Italia.
Fino all'anno scorso anche la formula penalizzava gli italiani, ora con la Mini Swaythling, è già meglio.
Il livello è cresciuto non c'è dubbio, però è solo grazie agli stranieri» e ci dà una spiegazione in più sulla possibilità di schierarli in campo:
«Negli sport professionistici un comunitario è equiparato ad un italiano, ma in Italia il tennistavolo è ancora inquadrato come sport dilettantistico e non vale la stessa regola».
Visto che si parla di ragazzi, raccogliamo un parere sul percorso scolastico da abbinare al tennistavolo:
«Non bisogna creare false illusioni.
Oggi il professionismo nel tennistavolo è una chimera e viene proposto ai ragazzi da persone che certamente non sono loro amiche.
Il nostro sport può essere fatto ad un certo livello fino all'età dell'università.
Ci si può vivere bene per un po' di anni, ma poi si corre il rischio a 30-32 anni, se non hai costruito nulla al di fuori, di diventare un disadattato.
Questa è la realtà sociale e sportiva con cui bisogna fare i conti.
Cito l'esempio di Giovanni Bisi che lasciò la nazionale per diventare avvocato».
«Pur avendo appoggiato la federazione tre anni fa quando è stata eletta, la mia esperienza sportiva di dirigente mi fa dire che questa non è la mia filosofia.
Per dire, si spendono soldi per la promozione d'immagine e nelle serie minori non ci sono nemmeno gli arbitri.
E' come in se in una famiglia ci fosse un figlio che guida la Ferrari e un altro che va in giro a piedi».
Cosa dovrebbe fare la federazione?
«Puntare su due aspetti: il primo, lo ribadisco, quello degli impianti, ad esempio se tenere una palestra con quattro tavoli fissi ad una società costa 100, la federazione mette 10, perché i tavoli montati e smontati non sono il futuro di questo sport (ovviamente lo devono capire prima di tutto i dirigenti).
Il secondo è che non possiamo pensare che la crescita del tennistavolo possa essere affidata a tre/quatro società», cita un esempio per far capire meglio la situazione:
«Se a livello internazionale otteniamo un successo nella scherma, in Italia ci sono circa un centinaio di ambienti in cui una ragazzino che sia rimasto colpito e voglia avvicinarsi a questa disciplina può imparare a praticarla, nel tennistavolo non è così, ci sono alcune grandi società, ma sono poche.
Se uno vuol giocare non si sa nemmeno dove farlo giocare.
Castel Gofferedo è un modello, ma purtroppo nel resto d'Italia la situazione è molto diversa».
Spiega come ritiene giusto investire:
«Se ci sono i soldi è meglio spenderli per un tecnico bravo e con voglia di crescere, non conviene prendere due giocatori stranieri che giocano lì finché li paghi, poi se ne vanno via e se un giorno finisci i soldi, perché magari non trovi più uno sponsor, non ti rimane nulla».
Tuttavia alcune società preferiscono costruire una squadra pagando giocatori già belli e pronti, anziché curare il settore giovanile:
«Ci sono due tipi di genitori, quelli che appartengono all'ambiente e quelli che non appartengono all'ambiente.
Con questi ultimi la situazione è complicata, ci vuole la pazienza di gestire ed istruire anche i genitori quando, ad esempio, la domenica non mandano il figlio alla partita perché hanno il pranzo con i parenti.
Come diceva un tecnico del nuoto, gli allievi migliori sono gli orfani!
Pagare giocatori forti e non doversi occupare di crescere nuove leve dà molti meno problemi, ma questo non contribuisce allo sviluppo dello sport».

Per chiudere, una battuta sull'importanza del vivaio:
«Per noi l'attività giovanile è strategica, io non cambierei nessuno dei successi giovanili per uno scudetto!»
A.R.